Manca solo che lo nomini il Papa durante l'Angelus (ma ci siamo abbstanza vicini) e poi più o meno chiunque abbia avuto facoltà di espressione in lingua italiana negli ultimi - diciamo - 2 mesi e mezzo avrà espresso pubblicamente il suo parere sull'indiscusso fenomeno sociale del momento: Facebook.
Una volta nel nostro Paese c'erano 56 milioni di allenatori; oggi (grazie soprattutto ai reality show che ne hanno sdoganato il job title) - ci sono altrettanti milioni di opinionisti. Inevitabile, quindi, che prima o poi l'orgasmo di esprimere a tutti i costi una qualche ovvietà ininfluente investisse anche il thread per eccellenza del mainstream mediatico subito dietro alle love story di Belen Rodriguez (grazie soprattutto a un reality show che ne ha sdoganato il job title)...
La cosa curiosa è che a "opinionizzare" su Facebook sono soprattutto persone che ammettono di non usarlo o di non conoscerlo (l'ultimo in ordine di tempo è l'autorevole Claudio Amendola) e che, dunque, sostengono le loro teorie - contrarie o favorevoli che siano - con argomentazioni («Se volete parlare con qualcuno andate al bar») che giudicare culturalmente ed evolutivamente imbarazzanti sarebbe ancora limitativo.
Tra l'altro, in un contesto sociale notoriamente e storicamente refrattario a qualsiasi cambiamento, è curioso anche che la "caccia alle streghe" dei "grandi pontificatori" (gli opinionisti, appunto) trovi invece nuovi bersagli con velocità fulminanti: fino a qualche giorno fa la causa di tutti i mali erano i fumetti horror, poi lo sono stati i videogiochi, poi è arrivata la pirateria, quindi YouTube e adesso, infine, Facebook.
Questo mentre «tutti i mali» in questione rimangono paradossalmente sempre gli stessi. Come gli opinionisti. Non sarà, magari, che la vera causa sono loro?


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