IMAGO MORTIS
(di Stefano Bessoni, con Alberto Amarilla, Geraldine Chaplin, Oona Chaplin | Italia/Spagna, 2008 | Horror)
«L'ultima immagine che vedi da vivo è l'immagine della tua morte», recita il claim di Imago Mortis, opera prima del regista, sceneggiatore e illustratore Stefano Bessoni, ex assistente di Pupi Avati al quale la Critica sembra avere affidato l'arduo - e ardito - compito di rilanciare l'horror made in Italy sia nel nostro Paese che all'estero.
E dopo una gestazione di oltre 2 anni (e 30/35 riscritture diverse, per ammissione dello stesso Bessoni), Imago Mortis è infine arrivato al cinema venerdì scorso, anticipato da un trailer che sembrava in effetti promettere piuttosto bene...
Come (quasi) tutti i trailer di (quasi) tutti i film horror, però, anche questo di Imago Mortis esaurisce in 90 secondi tutto quello che di "terrorizzante" - je piascerebbe, signora mia - la pellicola ha da offrire, riservando ai restanti 90 minuti di pellicola il solo compito di trascinarsi senza un brivido né un sussulto fino al non-epilogo conclusivo.
Ed è sinceramente un peccato, perché in questo caso, se non altro, il soggetto offriva qualche elemento di originalità e interesse in più rispetto al solito serial killer mascherato, alla solita casa infestata o al solito orfanotrofio popolato di anime. La storia ruota infatti intorno al ritrovamento, da parte di un allievo di una scuola di Cinema, di un thanatoscopio, un antico macchinario che consente di immortalare l'ultima immagine vista da una persona prima di morire impressionando una lastra con la retina degli occhi del defunto (previamente asportati).
Il problema è che un soggetto inedito non basta a "fare paura", o quantomeno a creare tensione, se la sceneggiatura è un susseguirsi di battute didascaliche e banali e se regia e fotografia puntano tutto sul manierismo dei chiaroscuri (peraltro apprezzabili, se solo non fossero così stucchevolmente ridondanti) e lasciano del tutto in secondo piano lo sviluppo dell'intreccio. Che è tale solo sulla carta, non succedendo praticamente niente per un'ora e mezza a parte un soporifero loop del canovaccio "lui vede un fantasma > lo dice a lei che non gli crede > lo dice a un altro che gli crede > va a casa di un professore impazzito che poi è il padre del fantasma > scappa dalla casa del professore impazzito correndo giù per le scale > viene preso per i fondelli da un altro professore > deve fare delle foto per un'esercitazione > vede la gente morta con gli occhi asportati > rivede il fantasma > lo ridice a lei che non gli crede ecc. ecc.".
E’ un horror. Un film di fantasmi, una “ghost story” in piena regola, con tutti gli elementi tipici di questo genere, ma cullato all’interno di una struttura fiabesca, in un’atmosfera perturbante, inquietante. “Imago mortis” nasce dal desiderio di costruire una favola nera ambientata a Roma, una fiaba gotica popolata di spettri terribili, di fanciulli indifesi che cercano di sfuggire ad orchi sanguinari, di anime candide che, dopo un esistenza tormentata, non esitano a sacrificarsi nel nome del bene.
Così scriveva, il 12 novembre 2006, Stefano Bessoni sul suo vecchio blog.
Purtroppo nessuno degli aggettivi con i quali ha dipinto le sue buone intenzioni («perturbante», «terribile», «sanguinario», «tormentato») sono poi riusciti a fare il salto dalla Rete alla celluloide. Molti hanno incensato l'interpretazione di Geraldine Chaplin che invece, a mio parere, sta buttando via tutto quello che di buono ha rappresentato finora - soprattutto come figlia di Charlie - accettando di fare 10 minuti di comparsa in tutti i b-movies conditi di "fenomeni paranormali incontrollabili" (e comunque sempre meglio Imago Mortis di The Orphanage).
Bessoni dimostra di avere un notevole talento per l'immagine disegnata - le sue illustrazioni sono decisamente più inquietanti e affascinanti delle sue riprese -: lo preferirei di gran lunga come graphic novelist e sarei disposto a scommettere che, sulla carta stampata, Imago Mortis riuscirebbe a strappare ben altre emozioni e ben altro giudizio.



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