Con che formula matematica può essere riassunto Il Nastro Bianco di Michael Haneke?

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una scena del film il nastro bianco di michael haneke, vincitore al festival del cinema di cannes

IL NASTRO BIANCO
(Das Weiβe Band, di Michael Haneke con Susanne Lothar, Ulrich Tukur, Burghart Klaußner | Austria/Germania, 2009 | Drammatico)

In Italia dovrebbe uscire soltanto il prossimo 5 novembre ma, sullo slancio del suo trionfo al recente Festival di Cannes, Il Nastro Bianco di Michael Haneke (controverso regista di La Pianista e dei due Funny Games) ha già fatto capolino all'interno della rassegna Cannes E Dintorni in programma a Milano dal 10 al 16 giugno.

Annunciato, subito dopo la sua prima proiezione alla Croisette, come una meticolosa opera di vivisezione delle origini del Nazismo, il film eleva un paesino protestante della Germania del Nord alla vigilia della Prima Guerra Mondiale a metafora universale del Male verso cui l'uomo può spingersi nei confronti del proprio prossimo, sia esso la moglie, i figli, la badante o un perfetto estraneo...

Un bianco e nero d'altri tempi e una fotografia giocata su lunghe e desolanti inquadrature fisse di esterni bucolici, interni spogli e primi piani alienati fanno da cornice a una sequenza di eventi torbidi e diabolici (l'attentato a un dottore, l'omicidio di una donna, le violenze su due bambini, un incendio), tutti congegnati con perfida lucidità e coperti da una sinistra e latente sottoscrizione di omertà.
La purezza evocata dal nastro bianco del titolo è, nella poetica di Haneke, nient'altro che un macabro feticcio, un algido feretro pronto a sanguinare. In una società chiusa e morbosamente patriarcale, dove la figura del "maschio dominante" esercita ogni genere di abuso - soprattutto fisico - di potere contro donne e bambini, è perciò sufficiente un minimo strappo nel cielo di carta per mandare in corto circuito l'intero impianto di apparenze acquisite e lasciare deflagrare ipocrisie, rancori e repressioni fino alle più estreme conseguenze.

una immagine di il nastro bianco di michael haneke vincitore al festival di cannes

Quello che manca alle due ore e mezza di pellicola, tuttavia, è il climax di autentica tensione che soggetto e intreccio pretenderebbero di volere innescare ma che resta (purtroppo) soffocato da un ritmo pachidermico e da una regia inutilmente autocompiaciuta dei suoi eccessi di retorica.
Se le dinamiche sembrano rievocare in più di una circostanza la perversa genialità di Dogville di Lars Von Trier e le spiazzanti soluzioni di Il Villaggio Dei Dannati di Wolf Rilla, l'epilogo sgonfio e sbrigativo sembra rievocare invece la mancanza di budget per girare le ultime scene, risucchiate in una frettolosa e didascalica sintesi affidata alla voce fuori campo. Come a dire: «La Messa è finita, andate in pace».

Per tradurre tutto questo con una semplice equazione matematica, si potrebbe quindi scrivere che:
Il Nastro Bianco = [(Dogville + Il Villaggio Dei Dannati + Funny Games) - Lars Von Trier] + Palma d'Oro
E semplificando ulteriormente:
Il Nastro Bianco = ronf * 150' 

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