BRÜNO
(di Larry Charles, con Sacha Baron Cohen e Gustaf Hammarsten | Usa, 2009 | Commedia | Sito ufficiale)
Che Sacha Baron Cohen possa essere a ragione ritenuto uno dei Character Designer più brillanti e poliedrici di Hollywood lo dimostrano bene l'estro e la meticolosità con cui sceglie, inventa e plasma i suoi personaggi.
Che, nonostante questo, Hollywood non sia però l'habitat migliore nel quale crescerli lo dimostrano altrettanto bene le infauste trasposizioni cinematografiche dei suoi più azzeccati alter-ego: Ali-G, Borat e il più recente - in Italia è arrivato la scorsa settimana - Brüno.
Se sullo sketch one-shot per la TV i tempi comici gli consentono di giocare quasi esclusivamente sull'uno/due del botta e risposta (essendosi da anni specializzato nel genere "interviste scomode"), sulla lunga distanza dell'ora e mezza gli servono anche un soggetto e una sceneggiatura che tengano incollate le varie gag in modo fluido e, possibilmente, solido. Cosa che, purtroppo, non avviene però né in Ali-G, né in Borat né, men che meno, in Brüno...
A favore di Brüno non depone innanzitutto il riciclo coatto dello stesso identico impianto narrativo di Borat: eroe svalvolato forestiero avvicina, con un pretesto appiccicaticcio (studiare i comportamenti socio-economico-sessuali degli Stati Uniti in Borat, «diventare famoso» in Brüno), eminenze della cultura e dello showbiz occidentale coinvolgendole in situazioni da candid camera all'insegna del politicamente scorretto.
Mentre, tuttavia, lo scimmiottamento della macchietta gay fashion-victim gli mette a disposizione un repertorio virtualmente illimitato di "variazioni sul tema" dal potenziale esplosivo, Cohen finisce per avvitarsi soltanto su una manciata di esse, esasperandone inutilmente gli aspetti più volgari per (cercare di) andare oltre il déjà vu dei cliché di genere.
Pochissimi gli episodi memorabili (o anche semplicemente divertenti), pressoché inesistente la trama, decisamente evitabili le forzature pecorecce, peraltro in larga parte ricalcate da Borat. Si salvano a malapena le digressioni sull'adozione del bambino africano e sul tentativo di diventare eterosessuale («Perché essere etero è il segreto della popolarità di John Travolta, Tom Cruise e Kevin Spacey», battuta sorprendentemente sottile...), ma è davvero troppo poco per uscire dalla sala soddisfatti di avere preferito Brüno a Orphan o Amore 14.
Più che l'ennesima occasione persa, insomma, è l'ennesima dimostrazione che Sacha Baron Cohen è un ottimo artista televisivo che, a dispetto di quanto suggeriscono gli incassi, non è ancora riuscito a crearsi un pedigree convincente anche sul grande schermo, frenato dalla sostanziale mancanza di profondità delle storie cucite addosso ai suoi one-man-show. E, per quanto riguarda nello specifico il mercato italiano, dal pessimo doppiaggio di Pino Insegno.
Dunque, per rispondere alla domanda del titolo, sì: è caduto a fagiolo, essendo Brüno un mezzo orrore.


@Antonio: sei stato fortunato... nella sala dove sono andato io il 70% del pubblico era composto da pischelli tra i 15 e i 17 anni che hanno berciato dall'inizio alla fine con esclamazioni come "ma è un PENE quello?? Che schifoooohhh! Questo film fa cacareeeehhh!"
Credo avessero sbagliato ingresso, nella sala accanto proiettavano "Amore 14".
Ciao Tank! Pensa che nella sala dove sono andato a vederlo io (Medusa di Bologna) la metà delle persone se n'è andata dopo nemmeno un'ora... :(
Non siamo gli unici a pensarla così, evidentemente.
Concordo pienamente con te, ho trovato questo film decisamente scadente, dalla trama banale e dalle gag stupidamente volgari e per niente efficaci.
Ciao Antonio!
Tancredi