Quanto dovremo aspettare affinché (anche) in Italia i Giovani e le Donne non siano più trattati da "outsider"?

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copertina del nuovo libro di angela padrone la sfida degli outsider

C'è un motivo ideologico - oltre a quello strettamente sportivo - per il quale amo il Tennis: è uno sport limpidamente meritocratico.
Almeno fintanto che qualche ex numero 1 del mondo non confessa di avere giocato sotto dipendenza da metanfetamina, non importa chi sei, chi sono i tuoi parenti, da dove vieni o quanti anni hai: se hai le carte in regola per eccellere, il sistema ti permette di farlo. Non c'è un allenatore che ti lascia ingiustamente (forse) in panchina, non c'è una giuria che ti assegna ingiustamente (forse) penalità e voti stiracchiati, non ci sono il costumino e la sciolina che avvantaggiano ingiustamente (forse) gli avversari e, soprattutto, non c'è nessun privilegio ereditario che stabilisce che tu sia ingiustamente (senza forse) un "Numero Uno" anziché un "Uno di numero".

In sostanza: se anche sei un outsider, puoi arrivare al Top solo in virtù del tuo valore. Non importa quanta esperienza hai, non importa se tuo padre è un operaio, non importa se sei negato a fare PR o se non hai una «bella presenza».
Purtroppo, invece, il sistema italiano funziona in modo diametralmente (tragicamente) opposto rispetto al Tennis...

Gli outsider, in Italia, sono destinati - sono condannati - a rimanere geneticamente tali. Outsider per nascita, outsider per classe sociale e, soprattutto, outsider per età e sesso. A essere Giovani ed essere Donne, in Italia, si sta male.
E non si tratta solo di un sentore, di un pregiudizio, di malafede. Si tratta della progressiva (e irreversibile?) cronicizzazione di una serie di precise patologie politiche e sociali che Angela Padrone, vice caporedattore centrale del Messaggero, argomenta con dovizia di sconfortanti statistiche nel suo nuovo libro La Sfida Degli Outsider (Marsilio Editore, 176 pp., 12.00 €uro), con la prefazione di Emma Bonino e la presentazione di Michel Martone.

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Donne e giovani, all’alba degli anni 2010, affrontano la sfida più difficile. Un paradosso letale: politici, economisti, giornalisti li citano a ogni passo. Hanno appeal, fanno colore. Ma molto spesso sembrano specchietti per le allodole, non realtà in carne e ossa. Di loro si parla, e a volte si sparla, tanto che l’appello a «donne e giovani», ripetuto come un mantra in ogni occasione, ha già stancato prima ancora di essere accolto. Scatenano polemiche e dibattiti, entrano nel teatrino della politica, animano le vicende familiari del presidente del Consiglio. Per loro si coniano nomignoli coloriti come Bamboccioni, Veline e Letteronze. Nel paese in cui tutti sono dottori, le parole giovanotto, signora e signorina sono pronunciate con una falsa cortesia e un reale disprezzo che fa venire la pelle d’oca. Per di più, questa presenza sulla scena pubblica è spesso solo mediatica e non corrisponde a nessun peso politico reale. Loro parlano poco. La loro parola è troppo poco pesante, non si sente. Non hanno voce in capitolo.

Il "peccato originale", l'errore di logica che scatena la propagazione del disastro, è tristemente elementare: nel nostro Paese i Giovani e le Donne non sono una risorsa da sfruttare, sono un problema da risolvere. Il che significa che non vanno offerte loro le opportunità che meritano - e che altrove hanno -, ma semplicemente contentini per far sembrare meno giustificati i loro lamenti. Palliativi, placebo, cerotti su una frattura.
Facendo ben attenzione, però, ad arginarli (o boicottarli) ogni qualvolta iniziano a diventare invadenti, quasi pericolosi. Come nel caso del Web, che continua a essere visto dai Poteri Forti come lo spauracchio che alimenta pedofilia, alienazione e odio razziale - la favoletta della gallina che canta perché ha fatto l'uovo, insomma - nonostante...

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In Europa il 73% delle persone tra i 16 e i 24 anni condivide contenuti online regolarmente, il doppio di quanto non faccia nella media il resto della popolazione
adulta. E se l’Italia è, dal punto di vista dell’interazione con network vari, blog e contenuti autoprodotti, molto meno attiva, i nostri giovani sono molto vicini alla media europea. Anche le donne stanno usando sempre di più questi strumenti. Secondo una ricerca della Bocconi, 88 mamme italiane su cento navigano in Internet, e 75 frequentano blog a loro dedicati. Non sono neanche giovanissime: hanno in media 36-42 anni. E tra il 2001 e il 2008 hanno creato duemila blog.

A stupire, certificando la paradossalità tutta nostrana della situazione, è la pervicacia della perseveranza nella colpa in rapporto ai risultati.
Se l'Italia fosse - nonostante tutto - il migliore dei mondi possibili, il fatto di avere i governatori più vecchi (e incompetenti) e i dirigenti più incompetenti (e vecchi) potrebbe anche non implicare, ragionando per assurdo, la necessità di un ricambio. Il punto è che, in questo momento, l'Italia è - a causa di tutto - uno dei peggiori dei mondi possibili, eppure nessun cambiamento viene lontanamente non solo attuato, ma neppure messo in agenda. La minoranza che decide, indipendentemente da quali che siano i prestavolto eventualmente prescelti per trasformarla in maggioranza, è sempre la stessa da decenni, e continua indisturbata (e spesso impunita) a reiterare i suoi inevitabili fallimenti.

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I giovani si dovrebbero allarmare, perché oggi l’elettore medio ha 46 anni e fra qualche anno l’età degli elettori si alzerà velocemente, molto più che in altri paesi europei. Fra trent’anni il grosso degli elettori italiani avrà 58 anni. Ovvio che pensare ai giovani, a quel punto, sarà l’ultimo dei problemi.

Già: «si dovrebbero allarmare» ma non lo fanno. Così come tra coloro che rivendicano diritti e pari opportunità contro mercificazione e dequalificazione ci sono anche le decine di migliaia di aspiranti starlette che poi si presentano ai provini di Veline e del Grande Fratello. Giovani e Donne, insomma, le loro colpe oggettive ce le hanno: una su tutte, la mancanza di senso collettivo. Che porta i primi a mettersi in moto soltanto per risolvere problemi strettamente personali e le seconde ad applicare due pesi e due misure tra i "buoncostumi" delle altre e i propri.
Ciò nonostante, oltre a non dover fare grossolanamente di tutta l'erba un fascio, non si può neanche pensare che le singole responsabilità civili alleggeriscano in alcun modo quelle istituzionali che accentuano, anziché appianare, il "conflitto generazionale":

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L’orizzonte della pensione adesso ai giovani appare molto lontano. Se poi il lavoro è intermittente, o perché accumula tanti contratti a tempo determinato o perché si tratta di collaborazioni a progetto, il risultato sarà molto incerto. Ma se loro non ci pensano, ci pensano invece gli altri, gli ultracinquantenni, i garantiti: ci pensano per se stessi ed è facile prevedere che cerchino di accaparrarsi il meglio. Agli attuali giovani, e alle donne, rischia di restare ben poco. È esagerato dirlo? Tutt’altro. Quando si parla di pensioni, e quando se ne è parlato negli ultimi anni, ai giovani non si è pensato molto. L’abolizione dello scalone per i cinquantasettenni è stato l’ultimo colpo basso per una generazione che per più di un motivo ha un orizzonte pensionistico che comincerà ad apparire verso i settant’anni: il lavoro intermittente, gli stipendi bassi, la carriera incerta, l’allungamento della vita media, sono condizioni che si sommano alla già prevista trasformazione del sistema contributivo, che prenderà il posto di quello a ripartizione, alla revisione dei coefficienti e a un ineludibile graduale spostamento dell’età pensionabile.

Resta però, a monte di tutto, un problema nodale da affrontare e risolvere: quello del merito. Che, a ben vedere, è strettamente prioritario rispetto a tutti gli specifici interventi (Angela Padrone ne individua 10 in calce al volume, tra cui Quote Rosa e Quote Verdi, Flessibilità "buona", Flexicurity e Investimenti su nuovi politici) e che, di fatto, rappresenta la causa scatenante di ogni attuale iniquità sociale e politica. Perché, molto banalmente, se ciascuno occupasse il posto che merita, non ci sarebbe neppure bisogno di parlare di insider e outsider, ma semplicemente di valori e disvalori riconosciuti.

Il rischio, infatti, è che in Italia ogni altra soluzione - per quanto mirata e puntuale - non possa che moltiplicare il problema: mi immagino, per esempio, che le Quote Rosa finiscano con il legittimare la proliferazione delle Mara Carfagna, delle Daniela Santanché, delle Giovanna Melandri e delle Marianna Madia, tutti modelli poco o per nulla utili (chi per un motivo, chi per un altro) alla "causa", o che si traducano soltanto in un teatrino di marionette manovrate sempre e comunque dal restante 50% di Quote Blu. In fondo, per dire, gioverebbe di più avere una sola Angela Merkel che centinaia di Stefania Prestigiacomo e Gabriella Carlucci.

Resta da capire, dunque, cosa e quanto manchi affinché si rovesci il sistema del clientelarismo ereditario e dei furbetti (e furbette) del quartierino. Perché sarà proprio in quel momento che gli outsider si troveranno finalmente a competere per quello che è il loro valore e per quelle che sono le loro risorse senza più costituire, nella migliore delle ipotesi, un'inutile zavorra di cui alleggerirsi.

***

Aggiornamento del 18 novembre 2009

Per approfondire i temi trattati in La Sfida Degli Outsider, ho intervistato personalmente Angela per Blogosfere Economia e Finanza. Qui c'è la prima parte e qui c'è la seconda.

***

Coming Soon: a breve anche la recensione di Fuori Orario di Claudio Gatti e Punk Capitalismo di Matt Mason. Stay tuned!, che sono lanciatissimo... ;)

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2 Comments

Dimenticavo, coloro che fecero la "rivoluzione" del '68 e successiva, per occupare fino ad ora le rendite, erano della borghesia, ovvero avevano comunque le spalle coperte.
Ora la borghesia come tale non esiste più, e nemmeno le altre classi sociali, ed il precariato offre poche sicurezza, ma le offre.
La rivoluzione si fa con la pancia piena, o quando si è alla disperazione, non quando si sopravvive.

Il primo passo è eliminare la parola "giovani" dal vocabolario dei media, non esistono i giovani, non esiste la categoria sociale dei giovani, si è giovani a 30 anni per una sola ragione: per non dire che quelli che hanno 60 anni sono vecchi. Occore denominare i politici e giornalisti con la loro età e non per categorie, le cose cambierebbero, avremmo quindi il settantatreenne presidente del consiglio, la quarantaduenne ministro, il sessantanovenne ministro, il sessantaduenne ministro, il sessantacinquenne giornalista importante di raiuno, e via dicendo, le cose cambiano.
Il secondo è sostituire la parola "donne" con "persone" .
Ultimo leggere il saggio di Carlo Maria Cipolla "Allegro ma non troppo".

Riporto due citazioni web che mi piacciono sul tema:
"quei grassi signori che decidono delle nostre vite [e ci commentano pure i libri] con l'aria di essersi guadagnati la beata rendita di posizione da cui ci bacchettano, 40 anni fa gridavano in piazza 'vogliamo tutto e subito' [...] dovremmo ripagarli con la stessa moneta" ma non ci hanno educato per questo.
"art.1 l'Italia è una repubblica gerontocratica fondata sul lavoro precario. Come tutto il resto, anche la sovranità appartiene agli ultracinquantenni, che la esercitano nelle forme e nei limiti che pare e piace a loro."

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