Premesso che non saprò mai ringraziarlo abbastanza per il modo con cui ha umiliato Roger Federer nei quarti di finale (costringendo lo svizzero a una delle sue peggiori performance sportive di sempre, dentro e fuori dal campo), era comunque abbastanza evidente che, per il bene del Tennis, la funzione di Tomas Berdych nel torneo dovesse esaurirsi lì: in quel 64 36 61 64 con cui aveva interruptus al «più grande tennista di tutti i tempi» il coitus di 7 finali consecutive.
Al contrario, lo "sparapalle efebico" - per dirla con Andrea Scanzi - si è issato, finalmente consapevole del suo distruttivo (specialmente dal punto di vista estetico) potenziale e complice un Novak Djokovic in modalità dopolavoro ferroviario in semifinale, sino all'atto conclusivo di quella che, con ogni probabilità, è stata l'edizione complessivamente migliore di Wimbledon da almeno 9 anni a questa parte. Uccidendola come solo lui - e almeno una novantina di russe, bielorusse, ucraine, cinesi, serbe, ceche e slovacche nel circuito femminile - sa fare: tirando missili a impatto zero (sia sul suo QI che sul suo avversario) in qualunque situazione di gioco e ritrovandosi beatamente sotto la doccia dopo due ore e tre set a zero...



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