In effetti sarei tentato anche io, come ha fatto la quasi totalità degli "addetti ai lavori" e dei semplici appassionati questa mattina, di snocciolare l'intero repertorio di turpiloqui omologati all'indirizzo del risultato finale del Festival di Sanremo e, più ancora, di chi lo ha reso possibile attraverso il televoto. Mai, per esempio, si era vista perfino l'orchestra manifestare così platealmente il proprio dissenso contro il responso del pubblico da casa (o presunto tale).
Ma il problema, a ben vedere, non è nelle cicostanze in sé - la vittoria di Valerio Scanu, il secondo posto del Trio Savoia e il terzo di Marco Mengoni - quanto nelle strategie commerciali che, al di là di quale che sia l'escamotage nazionalpopolare di turno impiegato come civetta, definiscono con precisione millimetrica le abitudini di consumo del "Popolo Bue".
Insomma, sì: l'esito del Festival sarà anche uno specchio fedele del Paese in cui viviamo e un sono(h)ro «Vaffanculo!» è il minimo che se ne possa pensare, ma l'intima e autentica radice del problema (sempre che se ne voglia trovare una soluzione, beninteso) non è nelle conseguenze, bensì nelle cause...










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